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BEAUTY NEWS

È innegabile: l'addio di Harry e Meghan ci ha messo tutti di fronte a scenari inediti e impensabili per la Royal Family. Non solo a livello di psicodrammi consumati e mai del tutto esplicitati (il rapporto travagliato tra William e Harry ne è esempio) ma anche a livello di vera e proprie situazioni concrete, materiali e, oggettivamente, surreali.

(Photo by PETER NICHOLLS / POOL / AFP) (Photo credit should read PETER NICHOLLS/AFP via Getty Images)BASEBALL-MLB-GBR-YANKEES-RED SOX
(Photo by PETER NICHOLLS / POOL / AFP) (Photo credit should read PETER NICHOLLS/AFP via Getty Images)
Peter Nicholls / Getty Images

L'ultima in ordine di tempo è la notizia che Harry e Meghan stiano pagando le "rate del mutuo". Secondo People, infatti, il Duca e la Duchessa starebbero restituendo i 3 milioni di sterline del Sovereign Grant, il fondo statale per il mantenimento della famiglia reale, che sono stati spesi per la ristrutturazione di Frogmore Cottage.

Frogmore CottageDuke and Duchess of Sussex statement
Frogmore Cottage
Steve Parsons - PA Images

Ovviamente gli estremi dell'accordo rimangono completamente segreti e riservati ma la notizia, anche per placare la malcelata insofferenza che continua a serpeggiare nel Regno Unito per la coppia di Duchi che ha scelto gli Stati Uniti come residenza fissa, è stata fatta trapelare ad hoc. Inoltre il Daily Mail ha confermato anche che la coppia di Duchi pagherà l'affitto per Frogmore Cottage, che rimarrà la loro casa negli UK. Il prezzo del canone mensile? 22mila sterline. Un affitto davvero "regale", ça va sans dire. 



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All’inizio di marzo, la fotogiornalista Lynsey Addario è andata in Turchia per documentare l’evolversi della crisi dei rifugiati al confine con la Grecia. Decine di migliaia di persone - in prevalenza siriane - sono fuggite in questa zona dopo che il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che il suo governo non avrebbe più ostacolato il loro ingresso in Europa. La decisione ha generato scene che ricordano l’emergenza rifugiati del 2015 quando imbarcazioni cariche di migranti partivano per quel viaggio pericoloso che li avrebbe portati sull’isola greca di Lesbo, con tanto di scontri violenti con le autorità di confine.

Durante la settimana successiva, Addario ha intervistato circa 150 rifugiati, che erano stati riportati dalla Grecia in Turchia, e che attualmente vivono in tendopoli di fortuna. Col passare dei giorni emergono chiare somiglianze nelle loro storie: “Molti sono stati derubati dei loro averi, i documenti identificativi gli sono stati portati via o bruciati; alcuni sono stati fatti spogliare e mandati indietro attraverso il fiume Evros”, ci racconta Addario. “Tra gli uomini, qualcuno si sollevava la maglietta per mostrare i segni delle frustate sulla schiena. Sono stati fermati dalla popolazione civile e consegnati alla polizia locale; è in quel momento che raccontano di essere stati picchiati”.

Siriani, iracheni, pakistani, afgani, iraniani e altri rifugiati vengono raccolti in una stazione di servizio dai funzionari di sicurezza turchi mentre ritornano in Turchia dopo aver attraversato la Grecia, 3 marzo 2020
Siriani, iracheni, pakistani, afgani, iraniani e altri rifugiati vengono raccolti in una stazione di servizio dai funzionari di sicurezza turchi mentre ritornano in Turchia dopo aver attraversato la Grecia, 3 marzo 2020
Photography Lynsey Addario/Getty Images Reportage

Poi, giorni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato il coronavirus una pandemia e il reportage di Addario viene sopraffatto da questa notizia. Nelle settimane che seguono, la situazione dei rifugiati è stata per lo più ignorata dai mass media: una crisi umanitaria tutt’ora in corso ‘inghiottita’ da un’emergenza sanitaria mondiale.

Come gestire una crisi durante una crisi

Quando si vive in un campo profughi, è impossibile mettere in pratica le misure protettive contro il virus. “Come posso dire alla gente di rimanere a casa per evitare il contagio? Quale casa?” commenta Cristian Reynders, il coordinatore sul campo per le operazioni di Medici Senza Frontiere (MSF) nel nord-ovest della Siria. La provincia di Idlib è l’ultimo bastione della ribellione contro il regime di Bashar al-Assad esplosa circa una decina di anni fa. “Parliamo di quasi un milione di sfollati, almeno un terzo della popolazione di Idlib, che vive per lo più nelle tende. Non hanno più una casa”.

Fino al cessate il fuoco del 6 marzo tra la Turchia – membro della NATO – e la Russia a favore di Assad, il pericolo a Idlib era tangibile, col rumore delle esplosioni delle bombe e del fuoco d’artiglieria che rimbombava ovunque. Accordi del genere sono stati violati da Assad e dai suoi alleati in numerose occasioni ma, almeno per il momento, gli attacchi indiscriminate sui civili sono stati bloccati.

Medici Senza Frontiere distribuisce beni di prima necessità in SiriaSyria Idlib distribution
Medici Senza Frontiere distribuisce beni di prima necessità in Siria
Photography Omar Haj Kadour/Médecins Sans Frontières (MSF)

“Abbiamo sviluppato operazioni di tipo medico pensate per rispondere in maniera veloce ed efficiente a un’emergenza e a salvare vite”, ci racconta Reynders. “Ci sono centinaia di campi qui, quindi ci avvaliamo di cliniche mobili in grado di offrire assistenza sanitaria e cure. Inoltre, partecipiamo alla gestione e sosteniamo diversi ospedali, rifornendoli di medicine, dispositivi di protezione individuale, apparecchiature logistiche, personale medico e quant’altro”.

Il Covid-19 è stato annunciato in Siria il 22 marzo. Non c’è stato alcun caso confermato nei campi di Idlib ma, dal momento che solo il 64% degli ospedali di tutto il paese può essere considerato completamente funzionante, Reynders e il suo team si sono attivati il più in fretta possibile per implementare misure di emergenza che scongiurassero la peggiore delle ipotesi. “Abbiamo rinforzato i protocolli di infezione in tutti gli ospedali che sosteniamo al fine di esercitare un maggior controllo sull’igiene delle varie cliniche. Il flusso di pazienti è stato adattato in modo da permetterci di identificare in fretta chiunque presenti sintomi compatibili col coronavirus, per poi metterlo sotto osservazione e bloccare la diffusione del virus all’interno dell’ospedale”.

Un'infermiera di Medici Senza Frontiere parla a una donna durante un consulto in una clinica mobile nel Nord della SiriaCOVID-19 Prevention in Northwest Syria
Un'infermiera di Medici Senza Frontiere parla a una donna durante un consulto in una clinica mobile nel Nord della Siria
Photography Omar Haj Kadour/Médecins Sans Frontières (MSF)

Nonostante MSF abbia reagito in maniera veloce all’epidemia, le risorse sono limitate. “Dobbiamo stabilire le priorità e chiederci sempre ‘Come possiamo massimizzare il nostro impatto? Come migliorare i nostri mezzi per curare le infezioni respiratorie e la polmonite? In termini di popolazione, dobbiamo concentrare i nostri sforzi sul maggior bacino di utenza”, afferma Reynders.

Il ‘peggior campo profughi al mondo’

MSF sta organizzando progetti in nuovi Paesi man mano che vengono dichiarati hotspot pandemici e ha programmi in oltre 70 nazioni. Quello di Moria nell’isola di Lesbo è stato descritto dall’ONG come ‘il peggior campo profughi al mondo’.

Costruito per accogliere 3100 persone, attualmente ne ospita più di 20.000 provenienti, in prevalenza da Afghanistan, Siria e Somalia, reduci di traumi inimmaginabili. Qui continuano a subire frequenti episodi di violenza – solo la scorsa settimana, due dei suoi abitanti sono stati vittime di una sparatoria. Le condizioni di sovrappopolamento sono disastrose, con famiglie di cinque o sei persone costrette a dormire in uno spazio di non più di 3 metri quadri e, in alcune parti, c’è un solo rubinetto ogni 1 300 individui. “Un’ondata di Covid-19 qui sarebbe una tragedia che non voglio nemmeno contemplare”, dichiara Josie Naughton, CEO dell’ONG britannica Help Refugees. (Sebbene alcuni residenti dei campi profughi minori, come quello di Ritsona e Malakasa siano risultati positivi al coronavirus, non c’è nessun caso confermato a Moria).

“Stiamo facendo del nostro meglio per prevenire un’epidemia fornendo alla gente gel per le mani, sapone e mascherine, e cercando di creare più spazio possibile all’interno del campo”, spiega Naughton. “Ma a livello istituzionale, c’è bisogno di un piano per spostare i minori non accompagnati, gli anziani, i malati e le persone con patologie pregresse in alloggi adeguati o in zone della Grecia continentale oppure altrove”. Help Refugees – ci dice Naughton - “colma i vuoti lasciati dai governi” nell’offrire sostegno agli sfollati in diversi Paesi attraverso partnership con organizzazioni locali. A Moria, questo include un po’ di tutto – dal migliorare le condizioni igieniche e il sistema idrico all’offrire supporto alle infrastrutture mediche, sia in loco che presso l’ospedale della zona, che non ha abbastanza posti letto in terapia intensiva per la popolazione che risiede sull’isola.

Moria camp, Lesvos Grecia
Moria camp, Lesvos Grecia
Photography Help Refugees/Alice Aedy

Elena Moustaka ha vissuto a Lesbo per cinque anni e nel 2016 ha fondato Better Days, una ONG che si occupa di far fronte ai bisogni dei bambini profughi e dei minori non accompagnati. “Incontriamo sedicenni che non sanno nemmeno tenere in mano la matita; se sono siriani, spesso non frequentano la scuola da sei anni o anche di più”, racconta Moustaka. Questo gruppo particolarmente vulnerabile costituisce circa il 5% della popolazione del campo di Moria – molti vivono nelle periferie o in un insediamento adiacente non ufficiale noto come ‘Olive Grove’, con scarso accesso a ripari e provviste.

Sebbene Moustaka e il suo team continuino a far in modo che i bambini siano più al sicuro e in salute possibile, dando loro vitamine e altri beni essenziali, gli spazi comunitari e adibiti all’istruzione di Better Days sono stati chiusi a causa della minaccia del Covid-19. “Lavoriamo con alcuni di questi bambini da un anno o anche più e al momento stiamo raccogliendo idee per offrire loro kit di istruzione personalizzata sulla base del loro livello scolastico. Vorremmo distribuire questi kit settimanalmente e ogni bambino riceverebbe istruzioni su come fare i compiti, con il nome di un referente da contattare in caso di difficoltà”. Purtroppo però – e questo è l’aspetto più desolante: “Mancano ancora gli strumenti e l’accesso ad internet che qui non è disponibile”.

L’opinione pubblica può influenzare le politiche

Prima ancora che venisse dichiarata la pandemia, Naughton aveva notato che stava diventando sempre più difficile dar voce alla questione dei rifugiati e fare in modo che questa non venisse dimenticata dal frastuono delle notizie di attualità. “Quando abbiamo fondato la nostra organizzazione del 2015, le condizioni in cui queste persone vivevano sembravano essere percepite con maggiore indignazione. Ma le notizie quotidiane sono diventate così opprimenti e, politicamente, stiamo assistendo a un chiaro spostamento a destra, il che significa che i politici non si sentono sotto pressione per cercare di porre rimedio alla completa mancanza di diritti umani a cui sono sottoposti i rifugiati. Per esempio, cercare di fare approvare un piano di reinsediamento è piuttosto difficile quando la Brexit è l’unico argomento all’ordine del giorno”.

Ghada al Ayeesa: una mamma di 32 anni con il suo bimbo vicino al confine tra Turchia e Grecia, marzo 2020.
Ghada al Ayeesa: una mamma di 32 anni con il suo bimbo vicino al confine tra Turchia e Grecia, marzo 2020.
Photography Lynsey Addario/Getty Images Reportage

A metà aprile, è arrivata la notizia positiva che era in atto la prima di una serie di operazioni per traslocare i bambini dai campi delle isole greche al Lussemburgo e alla Germania. Di fatto, però, le statistiche dimostrano che la comunità internazionale, e soprattutto le nazioni più ricche, non sono in grado di proteggere quelle persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa di guerre, persecuzioni o disastri naturali. Dei 25,9 milioni di rifugiati a livello mondiale, l’80% viene accolto dai Paesi in via di sviluppo. Moustaka, che ha sperimentato con mano quella che descrive come “una riluttanza a trovare soluzioni a livello governativo”, ci invita ad “agire in qualità di ambasciatori per i rifugiati”.

Come si può aiutare

Tutti coloro che abbiamo intervistato per questo articolo ritengono che non dobbiamo sottovalutare il potere di scrivere ai politici locali per esprimere le nostre preoccupazioni per la causa dei rifugiati. Per chi può, l’invito è quello di fare una donazione a favore di organizzazioni locali specializzate o di coloro che si trovano sul campo come MSF, Help Refugees e Better Days — i rispettivi siti web contengono informazioni specifiche. Altrettanto importante, ci dice, è “dichiararsi contrari ad atteggiamenti e politiche anti-immigrazione e assicurarsi che i rifugiati vengano trattati con rispetto”.

Fintanto che i bisogni primari dei rifugiati non verranno soddisfatti e i loro diritti fondamentali non saranno riconosciuti, rimarranno i più vulnerabili dei vulnerabili, anche al di fuori della lotta contro il Covid-19, una malattia che non conosce confini. Queste demarcazioni artificiali che abbiamo tracciato sulla terra potranno anche essere utilizzate per delineare Paesi, Stati, regioni, province e persino città, ma non devono mai dividere l’umanità.



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Il 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia, Tempo ha diffuso una campagna a favore della comunità LGBT+, dispensando 5 consigli contro l'omofobia.

I Tips Tempo ricordano ironicamente le direttive comportamentali disposte dalle istituzioni per l’emergenza Covid19, trasformando le indicazioni sanitarie in suggerimenti per contrastare l'omofobia.

"Siamo con te ogni giorno per soffiare via la negatività e celebrare il fatto che siamo tutti meravigliosamente diversi e semplicemente umani”, ha detto Elisa Albanese, marketing manager del gruppo Essity.

Guardate la gallery per scoprire i 5 consigli di Tempo contro l'omofobia.

Non lavartene le mani quando assisti a un atto di omofobiaNon lavartene le mani quando assisti a un atto di omofobiaCourtesy Press OfficeIn futuro non evitare assembramenti di persone LGBT: sono le feste miglioriIn futuro non evitare assembramenti di persone LGBT: sono le feste miglioriCourtesy Press OfficeTieniti almeno a un metro e mezzo di distanza da chi dice: “Ognuno può fare quello che vuole ma a casa propria”Tieniti almeno a un metro e mezzo di distanza da chi dice: “Ognuno può fare quello che vuole ma a casa propria”Courtesy Press OfficeCopriti la bocca con un fazzoletto o con il gomito invece di insultare chi è diverso da teCopriti la bocca con un fazzoletto o con il gomito invece di insultare chi è diverso da teCourtesy Press OfficeSe pensi che essere gay sia una malattia, auto–isolati finché non sei guarito completamenteSe pensi che essere gay sia una malattia, auto–isolati finché non sei guarito completamenteCourtesy Press Office


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Non solo agli eventi ufficiali, Kate Middleton porta il cappello anche in aeroporto, ecco perché.

I trucchi di stile da osservare per ottenere un outfit impeccabile non sono pochi. Ma quando si vive nel mondo Royal, sono molti, molti di più, considerando anche il ruolo che si ricopre e l'etichetta. Basti pensare, per esempio, al cappello che a Buckingham Palace è fondamentale, e non esiste evento ufficiale in cui le donne della famiglia reale non lo abbiano indossato (a meno che non si opti per la tiara). Ma una cosa non era mai stata chiarita finora. E cioè, come mai Kate Middleton indossasse il cappello anche all'uscita dall'aereo. Ebbene, oggi gli esperti di galateo hanno svelato anche questa curiosità. Si tratterebbe di un trucco che la Duchessa di Cambridge utilizza per evitare che i capelli si spettinino coprendole faccia, un modo per restare in ordine, insomma, visto che la maggior parte delle volte che atterrano in un Paese ci sono dei fotografi ad attenderli.

“C'è sempre molto vento quando scendono la scala dell'aereo e i cappelli vengono utilizzati per tenere i capelli al loro posto. Le prime foto diventano sempre virali, quindi è un trucchetto necessario”, ha spiegato l'esperta di Myka Meier a The Sun.



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Per chi ogni giorno deve combattere con capelli secchi e sfibrati, riuscire a trovare un prodotto efficace è spesso difficile. Bisogna individuare gli shampoo, i balsamo e le maschere più adatte a ciascuna tipologia di capello, senza dimenticare di guardare alla composizione e al tipo di trattamento. Ecco allora i 10 migliori prodotti per capelli secchi da provare.Continua a leggere

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Silvia Provvedi del duo musicale Le Donatella è in dolce attesa della sua prima bambina e ha raccontato a Fanpage.it lo shock positivo del giorno in cui ha scoperto di essere incinta e di cosa si prova nel diventare mamma mentre una pandemia sconvolge il mondo. Ma la 26enne modenese ha già la sua arma vincente: sua sorella e una grande famiglia su cui poter contare.Continua a leggere

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Il Met Gala 2020, l'evento più atteso dal mondo della moda, è ufficialmente annullato.

L'annuncio è arrivato direttamente dal Metropolitan Museum of Art di New York, che ospita di tradizione la notte più fashion dell'anno; la motivazione è ovvia: “a causa della crisi sanitaria globale”, recita il comunicato ufficiale.

Proprio a causa della pandemia Covid19, l'evento previsto per il 4 maggio 2020, era stato precedentemente rinviato a data da definirsi e rimpiazzato da un "Met Gala digitale" su YouTube.

La mostra About Time: Fashion and Duration al Costume Institute, che avrebbe dovuto inaugurare la sera dell'evento, rimane invece confermata dal 29 ottobre 2020 al 7 febbraio 2021.



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Condé Nast ha annunciato oggi la prossima fase del suo impegno di sostenibilità globale a lungo termine, condividendo la propria valutazione di sostenibilità e strategia quinquennale. L'azienda si propone di azzerare completamente le emissioni entro il 2030. Per cominciare, entro il 2021 Condé Nast si impegnerà a ridurre del 20% le emissioni di gas effetto serra (GES) prodotte dall’azienda e del 10% quelle derivanti dalla catena di approvvigionamento digitale e cartacea.

“In Condé Nast crediamo che la salute delle persone, delle nostre imprese e del pianeta si intrecci. Non possiamo preoccuparci dell'uno e ignorare l'altro. Pensiamo anche che la credibilità del nostro giornalismo ambientale dipenda dalla nostra volontà, come azienda, di migliorare le nostre attività e la nostra catena di distribuzione in modo da ridurre drasticamente l’emissione di anidride carbonica e di rifiuti. La nostra strategia di sostenibilità quinquennale dimostra l'impegno dei nostri team in tutti i continenti nel dare l'esempio, nel lavorare con i nostri partner di settore e nell'utilizzare l'influenza globale dei nostri marchi per ispirare l'azione collettiva” ha affermato Wolfgang Blau, Chief Operating Officer e Presidente Internazionale di Condé Nast.

La strategia di sostenibilità quinquennale di Condé Nast coinvolge tutte le aree dell’attività, con l'obiettivo finale di mitigarne l’impronta ecologica globale attraverso la riduzione delle emissioni o, in caso non fosse possibile, la rispettiva compensazione. L'azienda si propone inoltre di incoraggiare i consumatori a compiere azioni climatiche concrete, nonché a promuovere insieme ai propri partner l'adozione di cambiamenti positivi in tutta la catena di approvvigionamento. La strategia e le misure che ne scaturiscono riguardano quattro aree d'intervento fondamentali: 

  1. Riduzione delle emissioni: Condé Nast si propone di raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2030. Per cominciare, entro la fine del 2021 si impegnerà a ridurre del 20% le emissioni prodotte dall’azienda e del 10% quelle derivanti dalla catena di approvvigionamento. In questo modo, Condé Nast si affermerà come una delle prime case editrici ad assumersi la responsabilità per l'impronta ecologica della propria catena del valore digitale. 

  2. Partecipazione dei fornitori: Condé Nast collaborerà con gli attori coinvolti nell’intera catena di approvvigionamento per promuovere un settore editoriale più sostenibile, rivedendo i propri processi di approvvigionamento e favorendo iniziative patrocinate dal settore. Il primo passo sarà una transizione verso l’impiego di materiali più sostenibili nell’intero processo di produzione, così come l'adozione di alternative ad alta efficienza energetica.

  3. Maggiore ricorso a materiali sostenibili: Entro la fine del 2021, Condé Nast porterà a termine il proprio processo di transizione verso l’utilizzo esclusivo di carta certificata a livello internazionale. Come parte dell'impegno assunto dall'azienda nel rispetto dell’Ellen MacArthur Foundation New Plastics Economy Global Commitment, entro il 2025 Condé Nast abolirà l’utilizzo di qualsiasi imballaggio in plastica non riciclabile di origine fossile dalle pubblicazioni distribuite in tutti i suoi mercati.

  4. Promozione del cambiamento: Condé Nast punta all’affermazione dei propri brand come voci di riferimento in difesa della causa della sostenibilità, stabilendo standard di trasparenza su tematiche legate al cambiamento climatico e alla moda responsabile. Con questo proposito, l’azienda lancia il Glossario della moda sostenibile, una risorsa globale autorevole per comprendere la moda sostenibile e il ruolo dell’industria della moda nell’emergenza climatica. Inoltre, l'azienda porterà avanti la collaborazione con partner del settore nell'ambito dell'iniziativa Fashion for Global Climate Action dell'UNFCCC, perseguendo l'obiettivo comune di promuovere un'azione per il clima su larga scala.

 

Risultati della valutazione di sostenibilità

La prima valutazione in materia di emissioni di gas effetto serra e utilizzo di materiali svolta da Condé Nast ha preso in esame le strutture aziendali presenti in tutti e 12 i propri mercati, l'intera catena di approvvigionamento e l'utilizzo di carta e imballaggi in plastica nella produzione delle riviste. Dalla valutazione è emerso quanto segue:

  •  Nel 2018, Condé Nast ha generato emissioni di GES pari a ~341.233 tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2e). Di queste, l’8% deriva dall’operato dell’azienda e il 92% dalla catena di approvvigionamento.

  • Il 96% delle 35,000 tonnellate di carta utilizzate nel 2018 è stato interamente certificato mediante il Programme for the Endorsement of Forest Certification (PEFC) e il Forest Stewardship Council (FSC).

  • Nel 2018 sono state utilizzate 440 tonnellate di plastica monouso per l'imballaggio di riviste.

La valutazione di sostenibilità dettagliata di Condé Nast è disponibile su condenast.com/sustainability-strategy.

 Nel 2019, Condé Nast è diventata la prima media company firmataria della Fashion Industry Charter for Global Climate Action e ha dichiarato il proprio impegno nell’ambito dell’Ellen MacArthur Foundation New Plastics Economy Global Commitment.



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Il prequel di Hunger Games: tutte le curiosità (senza spoiler) di “Ballata dell'usignolo e del serpente”

Senza ragazza di fuoco ma con una qualche presenza della ghiandaia imitatrice sono tornati gli Hunger Games. Dal 19 maggio, infatti, è in libreria per Mondadori il nuovo romanzo della saga, disponibile anche su Audible in versione audiolibro. Si chiama Ballata dell’usignolo e del serpente ed è già in fase di realizzazione un film su questa storia prequel ambientata 64 anni prima degli eventi raccontati nella trilogia di Suzanne Collins. Si sono trasformati in quattro film sbanca botteghino attualmente in onda nella maratona di Italia Uno (fino al 28 maggio, ogni giovedì in prima serata) e hanno lanciato nell’universo delle star il Premio Oscar Jennifer Lawrence.

Ecco le curiosità da conoscere – senza troppi spoiler – prima d’iniziare la lettura. Stavolta niente Katniss, come avrebbero sperato i fan, ansiosi di sapere cosa succede nella sua vita da moglie di Peeta (Josh Hutcherson), suo compagno nell’Arena di ben due edizioni dei Giochi della fame, e da mamma dei loro due bambini. O magari curiosi di conoscere il passato del loro mentore Haymitch (Woody Harrelson), un altro vincitore degli Hunger Games proveniente dal Distretto 12, il più povero del regno futurista di Panem. E, perché no?, sbirciare tra i segreti di uno dei Tributi (i partecipanti ai giochi) più amato, Finnick (Sam Claflin).

Niente da fare: il prequel Ballata dell’usignolo e del serpente – nelle sue 600 pagine - è totalmente incentrato sul Presidente Coriolanus Snow (interpretato al cinema da Donald Sutherland), la nemesi della protagonista, incarnazione del Male stesso a Capitol City, capitale appunto di questa nazione nata sui resti degli Stati Uniti in un indeterminato e post-apocalittico futuro.

LA TRAMA

All’epoca dei fatti raccontati nel romanzo, Snow è un diciottenne, tra i rampolli più influenti dell’elite di Capitol City. Ormai orfano di entrambi i genitori, vive con la cugina Tigris (sì, la stilista che Katniss e soci incontrano durante la loro incursione ne Il canto della rivolta) e la “signoranonna”, come chiama la matriarca di casa. Sono lontani i tempi dell’opulenza perché, con la distruzione del Distretto 13 durante la guerra civile di dieci anni prima, gli investimenti paterni sono andati in fumo. L’unica occasione di riscatto per questo giovane ambizioso caduto in disgrazia gli viene offerta quando, assieme ad altri talenti in erba dell’aristocrazia, si ritrova a fare da mentore negli Hunger Games. Gli capita – ironia della sorte – il tributo femmina del Distretto 12, Lucy Gray, in pratica la più debole pedina tra i 24 sfidanti all’ultimo sangue sorteggiati nelle varie regione, tra tutti i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Per tirarla fuori sana e salva dall’Arena deve mettere da parte atteggiamenti snob e pregiudizi per giocare d’astuzia.

Donald Sutherland nei panni di Presidente Snow
Donald Sutherland nei panni di Presidente Snow
LE DOMANDE DEGLI APPASSIONATI

Il fandom di Hunger Games avrebbe decisamente preferito un racconto in stile Midnight Sun di Stephenie Meyer, ossia la versione di Twilight raccontata da Edward anziché da Bella. O quantomeno un prequel che seguisse la falsariga della saga-madre, come ha fatto Cassandra Clare con i suoi Shadowhunters, a cui ha regalato una nuova trilogia forse persino più appassionante di quella originale. Ma siccome in fin dei conti, come hanno dimostrato gli Animali Fantastici di J.K. Rowling (antesignani di Harry Potter ambientati all’epoca del giovane Albus Silente), ogni qualvolta si ritorna su un terreno familiare e tra storie amate l’interesse sale alle stelle, non serve Nostradamus per predire che anche questo romanzo sarà un bestseller. A dispetto di ogni comprensibilissima obiezione del pubblico. Il lato positivo? I lettori di Suzanne Collins grazie a questa nuova storia potranno risponde ad alcune interessanti domande sul passato. Si scoprirà così, tra le altre cose: chi ha realmente inventato gli Hunger Games, come sono nati gli ibridi (spaventose creature modificate geneticamente come armi letali), perché la ghiandaia chiacchierona ha messo in crisi il governo centrale e in che modo i giochi sono stati affinati per diventare lo strumento di propaganda e di oppressione.

LE DIFFERENZE DALLA SAGA-MADRE Jennifer Lawrence alias Katniss
Jennifer Lawrence alias Katniss

La prima e forse più importante differenza rispetto alla trilogia di Hunger Games riguarda la modalità del racconto. Stavolta non è Snow a parlare in prima persona, come faceva Katniss, ma il racconta si fa più distaccato, in terza persona. La scrittrice accompagna nell’infanzia e adolescenza del “carnefice” da una distanza di sicurezza. In parte vuole offrire delle attenuanti per i comportamenti di questo tiranno senza cuore e mostrare quando e come si è indurito il suo cuore – con risvolti sentimentali a dir poco spiazzanti – fino a risalire a quel barlume di umanità che ancora esisteva in lui prima di quella fatidica decima edizione dei giochi. L’oppressore è stato un tempo oppresso, anzi quasi un sopravvissuto di quel sistema di oppressione e ingiustizie concentrato nelle sedi del potere a Capitol City, che hanno spiegato e spezzato tutte le aree del Paese con un bagno di sangue senza precedenti.

Per riscattare in parte quest’anima nera gli si affianca un tributo che sembra la versione un po’ gipsy di Katniss, quindi si può dire che la ragazza di fuoco riecheggia nel racconto in spirito per sottolineare il percorso emotivo di Snow. E non solo il suo: gli Hunger Games di Ballata dell’usignolo e del serpente si presentano persino più spietati e orribili di quelli già conosciuti perché da un lato contengono in nuce tutte le potenzialità letali di questa pratica, ma non del tutto sviluppate.

Fin dall’inizio, infatti, i giochi nell’Arena (che ricordano gli spettacoli dei gladiatori romani) sono una punizione esemplare per scongiurare altri ribellioni, ma all’epoca delle vicende non hanno ancora sviluppato la natura perversa che li trasforma in puro intrattenimento, un talent show capace di anestetizzare le coscienze rendendoli – se possibili – ancora più pericolosi.

Nel libro i Tributi non sono beniamini delle folle, ma animali incatenati mani e piedi nelle gabbie dello zoo, senza cibo né acqua, alla mercé di tutto e tutti. Gli abitanti di Capitol City non hanno sviluppato ancora quel genere d’interesse che porta i vincitori ad essere coccolati e vezzeggiati come campioni, quindi i partecipanti ai giochi sono carne da macello, vittime sacrificali di cui a stento si ricorda il nome e la provenienza. La barbarie, insomma, si presenta in una forma grezza e primitiva e gli Strateghi (i “registi” degli Hunger Games) ancora non hanno affinato le proprie armi migliori.

D’altronde il concetto per cui in tempi bui pur di sopravvivere si arriva ad incarnare la versione peggiori di se stessi sembra oggi tristemente attuale, in periodo di pandemia.

Presidente Snow
Presidente Snow
Katniss
Katniss
Murray CloseIL PREQUEL CONVINCE?

La risposta è “nì”. Difficilmente si riesce ad empatizzare in maniera viscerale con qualcuno dei protagonisti e si ha l’impressione di essere spettatori di un massacro, invece di sentirsi parte in causa delle tragedie raccontante, come invece succede fin da subito quando è Katniss a parlare. Per quanto inevitabile sia l’effetto-nostalgia nei confronti di una delle saghe young adult più riuscite di sempre, l’interesse per la carriera politica del presidente Snow arriva fino ad un certo punto. Da un lato si vorrebbe sapere di più della protagonista femminile Lucy, dei suoi trascorsi, dei suoi pensieri e delle sue speranze mentre dall’altro incombe su di lei un’eredità difficile da colmare, quella della ragazza di fuoco.

Lo spirito ribelle che brucia letteralmente nella trilogia di Hunger Games qui è solo accennato perché il focus dell’intera vicenda viene totalmente spostato altrove, nella mente degli oppressori. E questo non sempre giova alla narrazione. Staremo a vedere, insomma, se l’adattamento cinematografico saprà imprimere un tocco più coinvolgente ma una cosa è certa: “Gli Snow – come si legge spesso nel romanzo – si posano in cima, come la neve”. D’altronde il serpente sa sempre avvolgere le proprie spire cogliendo di sorpresa l’avversario, ma questa vicenda insegna a non sottovalutare l’usignolo.

E in un momento storico incerto come quello che si sta vivendo trovare rifugio nelle pagine di un mondo già familiare, anche se per molti versi oscuri, resta rassicurante, quindi solo per questo vale la pena ritornare a Panem.

IL TOTO-CASTING

Non potendo purtroppo ritrovare gli attori della saga originale in questo nuovo contesto prequel, il cast sarà presumibilmente nuovo di zecca. Lionsgate potrebbe puntare su un gruppo di promettenti sconosciuti, ma se invece volesse scommettere sul sicuro le opzioni tra gli under 20 e 30 di successo sarebbero molto variegate. Nei panni di Coriolanus Snow potrebbe cimentarsi Asa Butterfield (Sex Education), ad interpretare il tributo femmina Bella Thorne (A tutto ritmo) e in quello di Tigris la “felina” Lily Rose-Depp. Come presentatore dei Giochi sarebbe perfetto, invece, Robert Sheehan. Il Toto-Mentori potrebbe includere Milly Bobby Brown (Stranger Things), Nick Robinson (Jurassic World), Mackenzie Foy (Twilight) e Maisie Williams (Il trono di spade) mentre nel team degli Strateghi ci starebbero benissimo Theo James (Divergent), Jared Gilmore (C’era una volta) e Hailee Steinfeld (Pitch Perfect 3). E come Tributi? Roman Griffin Davis (JoJo Rabbit), Dafne Keen (Logan), Micah Abbey (Grey’s Anatomy), Jack Dylan Grazer (Shazam!) e Jenna Ortega (Jane the virgin).



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Condé Nast lancia il Glossario della Moda Sostenibile, una risorsa globale e autorevole di informazione sulla moda sostenibile e sul ruolo della fashion industry nell’emergenza climatica. Il Glossario si inserisce nell’impegno di incoraggiamento al cambiamento assunto dall’azienda ed è stato ideato con l’obiettivo di rafforzare e sviluppare la comprensione del concetto di sostenibilità, fornendo una chiave di lettura per interpretare termini e temi di crescente importanza nell’ambito della sostenibilità.

Il Glossario della Moda Sostenibile è il prodotto di una partnership con il Centre for Sustainable Fashion (CSF) del London College of Fashion, sotto la University of the Arts London (UAL), arricchito dal contributo dei direttori di Vogue e rifinito dal lavoro di revisione svolto da una rete internazionale di studiosi e ricercatori della sostenibilità. Si tratta del frutto di pratiche di ricerca e di formazione esemplari a livello mondiale, costruito sul rigore accademico e sulla prospettiva unica e ineguagliabile di Condé Nast sul settore della moda.

Che cos’è il Glossario della Moda Sostenibile firmato Condé Nast:

●  Una guida facile da consultare, suddivisa in categorie legate alla sostenibilità nella moda: cultura, materiali, produzione, abitudini d'acquisto e care practices.

●  Una risorsa digitale, aperta a tutti e disponibile su condenast.com.

●  Contiene oltre 250 termini, completi di riferimenti per letture di approfondimento.

●  Suddiviso in quattro aree tematiche chiave: emergenza climatica; impatto ambientale della moda; impatto economico, culturale e sociale della moda e nozioni fondamentali di moda e sostenibilità, con l’aggiunta di 10 aree sotto tematiche che trattano alcuni aspetti must-know in materia di moda e sostenibilità.

●  Aggiornato regolarmente con nuove definizioni per riflettere l'evoluzione del dibattito su emergenza climatica, moda e cambiamento sociale.

“Portare avanti la sensibilizzazione sulla crisi del cambiamento climatico è fondamentale, ma adesso è diventato altrettanto importante far progredire il dibattito globale sul clima e focalizzarsi su soluzioni attuabili. Nel contesto del dibattito su come rendere la moda più sostenibile, ritengo che nel nostro settore sia necessario disporre di un linguaggio condiviso e una serie di definizioni scientificamente accurate alle quali poter far riferimento. Con l’aiuto dei nostri ricercatori partner, continueremo ad aggiornare il nostro glossario” dichiara Wolfgang Blau, Global Chief Operating Officer e Presidente Internazionale di Condé Nast.

Il Glossario è stato concepito in risposta alla necessità identificata dai direttori di Vogue di elaborare linee guida editoriali e risorse formative più solide per guidare la divulgazione in materia di moda sostenibile. Alcuni dei brand media di Condé Nast più seguiti, tra cui Vogue, GQ, Wired e Vanity Fair, concentrano i propri contenuti sulla tematica del cambiamento climatico e sull’educazione del lettore verso uno stile di vita più sostenibile. Il Glossario si presenta come un alleato dei team editoriali e dei lettori di tutto il mondo, rafforzando al contempo l’autorità dell’azienda in qualità di voce di riferimento nel dibattito pubblico sulla sostenibilità.

“Ciò di cui ci occupiamo, dovrebbe riflettere ciò in cui crediamo.  È il momento di chiedersi se siamo ben rappresentati, oltre che ben presentati. Abbiamo tra le mani la possibilità di dare inizio a una nuova era di bellezza e stile, nata dalla comprensione e dall’intima connessione con il nostro bene più prezioso: la terra, il designer più straordinario che il mondo abbia mai visto. Lavorando insieme ai caporedattori di Vogue — le voci più influenti nel mondo della moda — siamo stati in grado di dare forma a un glossario dal valore inestimabile, un punto di riferimento autorevole, che rappresenta la profonda relazione di interdipendenza che lega l’uomo alla natura e ai suoi simili” dichiara Dilys Williams, Professore di Fashion Design for Sustainability e Direttore del Centre for Sustainable Fashion.

Il Centre for Sustainable Fashion (CSF) è un centro di formazione, ricerca e dibattito della University of the Arts London. La sua mission è mettere in discussione lo status quo del mondo della moda affinché contribuisca a creare un sistema che sia consapevole del proprio contesto ecologico e dia valore all'uguaglianza.  



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Il binomio unghie nere e rosa è popolare fin dagli anni Venti e torna in auge questa primavera, anche sulle mani. A renderlo un vero trend fu però la designer Elsa Schiaparelli che utilizzò questo mix di colori performante dal 1936, quando inventò la sua gradazione di pink. O, come meglio scriveva Helen Varley “Un magenta intenso che fu chiamato rosa shocking negli anni trenta, rosa caldo negli anni cinquanta, e rosa stravagante negli anni sessanta. Appare nell'avanguardia più di una rivoluzione giovanile, ad alcuni canta, ad altri urla”. 

La copertina di Vogue del 1925. Foto Getty ImagesVogue Magazine Cover
La copertina di Vogue del 1925. Foto Getty Images
William Bolin

Stesso concetto per la manicure che sta spopolando su Instagram: alcune amano l'accostamento rosa pastello e nero opaco, altre optano invece per il rosa squillante e il nero iper laccato. Un mix, quello black&pink, amato anche da Carrie Bradshaw nell'ultima era di Sex and the city. A dimostrazione, l'abito super cool di Oscar de la Renta di inizi anni Duemila.

Sarah Jessica parker sul set di Sex and the city nell'era Duemila. Foto Getty ImagesSarah Jessica Parker
Sarah Jessica parker sul set di Sex and the city nell'era Duemila. Foto Getty Images
Arnaldo Magnani

Per chi vuole replicare questo tormentone fashion sulle mani, potrà sbizzarrirsi con le proposte unghie nere e rosa che le nail artist fanno su Instagram. Betina Goldstein lo sceglie delicato, con motivo a stelle. Jen Seales scambia il classico bianco con il rosa per la sua interpretazione della cow manicure, Joy Manicure ne crea una portafortuna, mentre Hard As Nails Studio riporta invece in auge le confetti mani. Queste e altre le ispirazioni per cedere al grande trend che impazza ora sui social.



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